mercoledì 4 aprile 2012
04/04/2012
VIA CRUCIS
Durante questo tempo di Quaresima tutti i venerdì sera dal nostro centro pastorale, alcuni gruppi si riuniscono alle 19,30 per poi andare insieme a pregare la Via Crucis nei vari quartieri o “barrios”.
Ogni “barrio” ha un nome , quello dove è situata la nostra casa, si chiama Virgen de Cotoca, qui due gruppi si fermano per recitare questa preghiera andando di casa in casa insieme ad alcuni giovani che si preparano al Sacramento della Cresima.
Altri gruppi sempre di ragazzi che si preparano a ricevere questo Sacramento, vanno un po’ più lontano, nei seguenti quartieri: “Rincon del Tigre”, “Urkupiña”, “Juan Parada”, “Monasterio”, “Tre de Mayo”, “Tierras Nuevas”, “San Jorge”, insieme ai catechisti, a noi missionarie o ad alcuni volontari dell’Immacolata – Padre Kolbe. Ogni barrio ha un suo responsabile che è incaricato di cercare le 14 famiglie che preparino come un piccolo altare, fuori della casa, uno per ogni stazione della Via Crucis.
Le persone sono molto accoglienti e sempre disponibili a pregare e a preparare il tavolino dove pongono una immagine di Gesù o della Madonna, insieme alle candele che, però, quando tira vento, si spengono subito.
Il primo anno che ho partecipato a questa pratica devozionale nelle case, mi sembrava tutto un po’ “strano”, invitare la gente con il megafono mentre si raggiunge la prima casa/prima stazione, pregare fuori, lungo le strade, organizzare i giovani per la lettura delle varie stazioni, nonché i bambini che con allegria quasi si litigano la croce da portare da una stazione all’altra, animare la gente a pregare e a cantare … Abituata com’ero alla “comoda” Via Crucis in Parrocchia guidata dal parroco alla quale partecipavo certo con fervore, senza distrazioni, pensando a tutto ciò che ha patito Gesù per ciascuno di noi. Però sicuramente non vivevo le situazioni di sofferenza di tante persone che qui accompagnano ogni venerdì, in silenzio, questa croce che sembra così leggera, ma che sicuramente molta gente deve portare quotidianamente con forza perché è davvero pesante.
Un venerdì un catechista tenendo la croce di legno prima di iniziare il momento di preghiera, ha detto scherzando: “Questa croce è troppo grande!” e la signora della casa dove stavamo e dalla quale si doveva cominciare, ha replicato seria e con un poco di sofferenza: “Se sapesse come è pesante la croce che devo portare io tutti i giorni”.
Ciò mi ha fatto pensare molto. La Via Crucis che preghiamo ogni venerdì mi fa ricordare ancora una volta che il volto sofferente di Gesù è impresso nel volto di quel bimbo che non ha mai conosciuto suo padre, di quel giovane distrutto dalla droga, di quell’adulto che sta morendo di cirrosi, di quella mamma che ha rifiutato suo figlio ancora prima che nascesse, di quell’anziano rimasto solo, di quel marito che ha abbandonato la famiglia per andare a vivere con un’altra e la lista potrebbe continuare. Nonostante ciò, la consapevolezza che dopo la passione ci sarà la Resurrezione gloriosa dona speranza. Che bello! Allora i volti non saranno più di sofferenza, né di abbattimento, né consumati dalla violenza, saranno volti pieni di luce e di gioia.
Grazie Signore Gesù per aver donato la tua vita per noi e averci salvato con la tua morte e risurrezione.
lunedì 5 marzo 2012
sabato 3 marzo 2012
QUARESIMA
Pensando a questo tempo quaresimale, tempo forte che ci introduce al tempo più importante che è la Pasqua vorrei condividere alcuni pensieri riguardo ad una parte del “Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2012” che è molto bello e significativo e che riporto di seguito:
«Prestiamo attenzione gli uni agli altri,
per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb 10,24)
“Fratelli e sorelle,
la Quaresima ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l’aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. È un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.
Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto
dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). È una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell’attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale.
1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.
Il primo elemento è l’invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein, che
significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell’occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l’apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66). L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.
Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». È importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). È un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi. (…)
Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e
di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel
servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.”
Ho letto varie volte queste belle parole del Papa Benedetto che non hanno bisogno di commenti e davvero mi sento interpellata su vari aspetti sui quali sicuramente ho riflettuto varie volte, ma forse non sono stata colpita così da vicino come quest’anno.
Dice il Santo Padre “anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro”. Nella realtà in cui vivo, qui a Montero, questo invito mi sembra ancor più urgente, sono chiamata ad essere “custode” di tutti coloro che il Signore mette ogni giorno sul mio cammino, bimbi, giovani, adulti, anziani per i quali mi trovo in questa terra boliviana tanto bella quanto piena di contraddizioni.
Mi viene alla mente una frase/provocazione?!? di un giovane che collabora con il servizio sociale e che mi ha detto: “Madre, quel ragazzo che alcuni giorni fa parlava con lei, si droga, l’ho visto con un gruppo di amici vicino a casa mia … cosa possiamo fare?”
Questa domanda continua a riecheggiare dentro di me … … non ho una risposta e ho negli occhi il volto di Martin, il ragazzo drogato. Cosa possiamo fare?
Scrive ancora Benedetto XVI: “Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio …”.
Desiderare il bene dell’altro, questo è il vero amore, non voler bene, bensì voler il SUO bene. Cercare di entrare in dialogo profondo, in amicizia con questi ragazzi che si perdono nell’alcool, nel fumo, nell’eroina, pregare con e per loro, stare al loro fianco è una sfida che dobbiamo affrontare ogni giorno. Alle volte i giovani ascoltano, però poi rimangono ancorati ai loro vizi e al loro gruppetto senza avere la forza e neppure la volontà di uscire dal giro.
Pensare a Martin e a tanti ragazzi come lui mi lascia inquieta, forse è un dono che mi sta facendo Gesù per questo tempo di Quaresima durante il quale è necessario pensare maggiormente al fratello e alla sorella specialmente quelli più poveri spiritualmente e materialmente. Durante questo periodo è importante e necessario riflettere profondamente sul proprio cammino spirituale e decidersi a convertirsi e, come scrive il Papa a “gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone”.
Che ognuno di noi si senta interpellato nel più profondo del cuore da queste parole del Papa Benedetto XVI.
Annalisa
giovedì 23 febbraio 2012
22/02/2012
CARNEVALE
Il carnevale qui in Bolivia si festeggia in maniera molto originale, se così si può dire. Il venerdì che precede il “martedì grasso” già iniziano a sfilare i carri, ognuno con una ragazza che poi verrà eletta la regina del carnevale. Inoltre vari gruppi si esibiscono in danze caratteristiche di questa zona della Bolivia (Santa Cruz e città limitrofe, come Montero) con vestiti tipici, molto belli e colorati.
Una giuria sceglie il gruppo che presenta la danza migliore, ben coordinata e con il vestito che meglio rappresenta quello tradizionale. Purtroppo durante la serata e la notte moltissime persone bevono birra e si ubriacano sia uomini che donne.
Il sabato e la domenica continua il carnevale in famiglia con pranzo, musica e balli, la domenica pomeriggio si inizia già a bagnare le persone che vanno per la strada.
Lunedì e martedì sono giorni di festa: le scuole sono chiuse, gli uffici idem … insomma non si lavora! Il lunedì è meglio non uscire di casa per evitare di dover rientrare a cambiarsi i vestiti per i secchi di acqua che vengono tirati a tutti coloro che passano.
Il culmine però è il martedì, ultimo giorno di carnevale, durante il quale oltre a bagnare con acqua, bambini, giovani e adulti tirano colori, terra, pomodori e chi più ne ha più ne metta!!!
Grazie a Dio alcune parrocchie e anche la Diocesi di Santa Cruz durante questi giorni di festa, propongono ai giovani ritiri e giornate di preghiera, proprio per offrire alla gioventù un “carnevale alternativo” affinché si comprenda che ciò che offre il mondo è solo un divertimento superficiale e che la vera felicità si incontra solo con il Signore.
mercoledì 15 febbraio 2012
Miryam
28/12/2011 Festa SS. Innocenti
Miryam
In questa festa che oggi la liturgia ci propone voglio ricordare una ragazza di 16 anni che alcuni giorni prima di Natale, insieme a sua mamma, è venuta al centro medico e al servizio sociale, con il suo bimbo di otto giorni. Quando ho visto il maschietto mi sono detta che il Signore mi stava facendo un regalo grandissimo e certamente mi invitava a prepararmi alla celebrazione del Natale, tramite appunto questo bebè al quale ancora non era stato dato un nome.
La giovane, che mi piace chiamare Miryam, aveva un volto dolce e sereno nonostante nei suoi occhi mi è parso di notare un velo di tristezza.
Aveva un bel sorriso mentre guardava suo figlio e lo allattava, osservandola mi è venuto di pensare a quanto doveva essere raggiante Maria, quando teneva tra le braccia Gesù, consapevole che era figlio di Dio e che avrebbe fatto grandi cose per l’umanità.
Quando ha dato alla luce il Niño Dios (bimbo Dio, come si dice qui), Maria aveva più o meno l’età di Miryam e come lei era una ragazza semplice, del paese, non ancora sposata al momento del concepimento, con grandi sogni nel cuore e una gioia incontenibile nel coccolare suo figlio.
La storia di Miryam però, purtroppo, porta con sé qualcosa di doloroso, molto doloroso: il piccolo è frutto di violenza che ha subito dal proprio padre; la mamma ha avuto il coraggio di denunciare il marito che adesso si trova in carcere e sta scontando la pena per abuso sessuale della figlia.
Quando ci penso mi vengono i brividi …
Eppure è Natale anche per Miryam, Gesù è nato anche per lei e per suo figlio, innocente, che è un dono di Dio. Ciò che fin dall’inizio ho ripetuto alla ragazza e a sua madre è di dare affetto a questo bimbo, di amarlo e non fargli sentire il peso della sofferenza, di crescerlo senza fargli mancare niente.
Prego per Miryam e per suo figlio e chiedo di pregare a tutti coloro che leggeranno questo articolo affinché questa famiglia possa vivere nella serenità e nella pace del cuore che anche oggi l’Emmanuele – il “Dio con noi” viene a regalarci.
Chissà se Miryam ha deciso come chiamare il suo bebè, forse … …Jesùs?
Annalisa
domenica 25 dicembre 2011
Auguri scomodi
Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali
e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora,
vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.
giovedì 22 dicembre 2011
Natale, Maria e la nostra nascita spirituale (Leone Magno †461)
Quest'omelia di san Leone Magno illumina molte formule liturgiche delle messe natalizie del suo tempo (Sacramentarium veronese).
L'omelia dice la gioia e lo stupore. Colui che nasce è Iddio. La sua nascita è verginale. Niente disprezzo per le realtà femminile e materne, il pensiero è rivolto a colui che nasce e alla sua opera, la redenzione.
C'è una spiritualità molto vigorosa e piena di speranza : con la rigenerazione, il battessimo, possiamo rinascere ed avere parte alla nascita di Cristo, la sua nascita senza macchie.
« 1. - Dilettissimi, esultiamo nel Signore e con spirituale gaudio rallegriamoci, perché è sorto per noi il giorno della nuova redenzione già ab antiquo preparata; è sorto per noi il giorno della redenzione che offre una eterna felicità (...)
Dilettissimi, appena giunti i tempi prestabiliti alla redenzione degli uomini, Gesù Cristo, Figlio di Dio, fa il suo ingresso nella bassa condizione di questo mondo:
discende dalla sede celeste senza, però, allontanarsi dalla gloria del Padre:
è generato in un nuovo stato e con novità di nascita. È nuova il suo stato, perché,
pur rimanendo invisibile nella sua natura è diventato visibile nella natura nostra.
Egli che è l'immenso, ha voluto essere racchiuso nello spazio:
pur restando nella sua eternità, ha voluto incominciare a esistere nel tempo.
Il Signore dell'universo, nascosta sotto il velo la gloria della sua maestà, ha assunto la natura di servo.
Dio, inviolabile, non ha sdegnato di assoggettarsi al dolore;
l'immortale non ha rifiutato di sottomettersi alla legge della morte.
Inoltre è stato generato con novità di nascita, perché è stato concepito dalla Vergine ed è nato dalla Vergine senza l'intervento di padre terreno e senza la violazione della integrità della madre. A chi doveva essere il Salvatore degli uomini era conveniente una tale nascita, perché avesse in sé la natura umana e non conoscesse la contaminazione della umana carne. Dio stesso, infatti, è l'autore della nascita corporea di Dio, e l'arcangelo l'ha attestato alla santa Vergine Maria: « Lo Spirito Santo verrà sopra di te, e la potenza dell'Altissimo ti coprirà della sua ombra: per questo il bambino santo che nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio.
"Dunque la sua origine è diversa dalla nostra, ma la sua natura è uguale alla nostra. Il fatto che la Vergine abbia concepito, che la Vergine abbia partorito e poi sia rimasta ancora Vergine, certamente è estraneo a ciò che di solito avviene tra gli uomini, e si appoggia alla divina potenza.
In questo caso, difatti, non bisogna considerare la condizione di colei che partorisce, ma la decisione di colui che nasce, il quale è nato dall'uomo nel modo che ha voluto e potuto.
Se tu osservi la realtà della natura, costati la sostanza umana;
ma se scruti la causa dell'origine, vi riconosci la potenza divina.
Invero, Gesù Cristo, nostro Signore, è venuto per abolire il contagio del peccato, non per tollerarlo ; è venuto per curare ogni malattia di corruzione e tutte le ferite delle anime macchiate. Era dunque opportuno che nascesse in maniera nuova colui che apportava agli uomini una nuova grazia di immacolata integrità.
Era necessario che l'integrità di chi nasceva conservasse la nativa verginità della madre, e che l'adombramento della virtù dello Spirito Santo custodisse il ricercato sigillo del pudore e la casa della santità.
Gesù, difatti, aveva stabilito di rialzare la creatura che era precipitata in basso, di rafforzare la creatura conculcata e di donare e moltiplicare la virtù della pudicizia per cui potesse essere superata la concupiscenza della carne.
Dio ha voluto in tal maniera che la verginità, necessariamente violata nellagenerazione degli altri uomini, fosse imitabile negli altri con la rigenerazione." [1]
[1] È questo un pensiero frequente in san Leone, che in altre parole così può spiegarsi: soggetto perfettamente integro e immacolato è Gesù, fonte di verginità ; egli, facendo rinascere a vita soprannaturale l'uomo nel battesimo, dava il modo per imitare la sua generazione verginale che non può essere imitata dalla naturale umana generazione.
San Leone Magno, secondo discorso tenuto nel Natale del Signore,
ed. Paoline, 1965, p. 67-72
mercoledì 14 dicembre 2011
Il perdono...guarisce!
Uno dei maggiori ostacoli alla vera vita cristiana è la mancanza di perdono. Il perdono rende capaci di amare e di crescere, riconcilia con gli altri, cura lo spirito e il corpo.
Il perdono è sorgente di guarigione, guarisce infatti le ferite provocate dal risentimento, rinnova le persone, i matrimoni, le famiglie, le comunità, la vita sociale.
Il perdono è la chiave dei nostri rapporti con Dio, col prossimo e con noi stessi.
Il perdono è una necessità: non possiamo fare a meno di perdonare. Se non perdono non posso essere perdonato!
Il perdono è una decisione: non è un sentimento, ma un atto della nostra volontà. Decido di perdonare anche se non me la sento. È la scelta di amare gli altri così come sono.
Il perdono è uno stile di vita: è lo stile di vita del cristiano che accetta di perdonare sempre, chiunque e per ogni cosa.
Il perdono è un processo, cioè una continua crescita verso la libertà interiore. Non dimentichiamo che alcune esperienze sono così dolorose da richiedere molto tempo trascorso nel perdono.
domenica 11 dicembre 2011
l' Immacolata concezione
L'Immacolata Concezione di Maria è stata proclamata nel 1854, dal Papa Pio IX. Ma la storia della devozione per Maria Immacolata è molto più antica. Precede di secoli, anzi di millenni, la proclamazione del dogma che come sempre non ha introdotto una novità, ma ha semplicemente coronato una lunghissima tradizione.
Già i Padri della Chiesa d'Oriente, nell'esaltare la Madre di Dio, avevano avuto espressioni che la ponevano al di sopra del peccato originale. L'avevano chiamata: " Intemerata, incolpata, bellezza dell'innocenza, più pura degli Angioli, giglio purissimo, germe non- avvelenato, nube più splendida del sole, immacolata ".
In Occidente, però, la teoria dell'immacolatezza trovò una forte resistenza, non per avversione alla Madonna, che restava la più sublime delle creature, ma per mantenere salda la dottrina della Redenzione, operata soltanto in virtù del sacrificio di Gesù.
Se Maria fosse stata immacolata, se cioè fosse stata concepita da Dio al di fuori della legge dei peccato originale, comune a tutti i figli di Eva, ella non avrebbe avuto bisogno della Redenzione, e questa dunque non si poteva più dire universale. L'eccezione, in questo caso, non confermava la regola, ma la distruggeva. Il francescano Giovanni Duns, detto Scoto perché nativo della Scozia, e chiamato il " Dottor Sottile ", riuscì a superare questo scoglio dottrinale con una sottile ma convincente distinzione. Anche la Madonna era stata redenta da Gesù, ma con una Redenzione preventiva, prima e fuori del tempo. Ella fu preservata dal peccato originale in previsione dei meriti del suo figlio divino. Ciò conveniva, era possibile, e dunque fu fatto.
Giovanni Duns Scoto morì sui primi del '300. Dopo di lui, la dottrina dell'Immacolata fece grandi progressi, e la sua devozione si diffuse sempre di più. Dal 1476, la festa della Concezione di Maria venne introdotta nel Calendario romano.
Sulle piazze d'Italia, predicatori celebri tessevano le lodi della Vergine immacolata: tra questi, San Leonardo da Porto Maurizio e San Bernardino da Siena, che con la sua voce arguta e commossa diceva ai Senesi: " Or mi di’ : che diremo noi del cognoscimento di Maria essendo ripiena di Spirito Santo, essendo nata senza alcun peccato, e così sempre mantenendosi netta e pura, servendo sempre a Dio? ".
Nel 1830, la Vergine apparve a Santa Caterina Labouré, la quale diffuse poi una " medaglia miracolosa " con l'immagine dell'Immacolata, cioè della " concepita senza peccato ". Questa medaglia suscitò un'intensa devozione, e molti Vescovi chiesero a Roma la definizione di quel dogma che ormai era nel cuore di quasi tutti i cristiani.
Così, l'8 dicembre 1854, Pio IX proclamava la " donna vestita di sole " esente dal peccato originale, tutta pura, cioè Immacolata.
Fu un atto di grande fede e di estremo coraggio, che suscitò gioia tra i fedeli della Madonna, e indignazione tra i nemici del Cristianesimo, perché il dogma dell'Immacolata era una diretta smentita dei naturalisti e dei materialisti.
Ma quattro anni dopo, le apparizioni di Lourdes apparvero una prodigiosa conferma del dogma che aveva proclamato la Vergine " tutta bella ", " piena di grazia " e priva di ogni macchia del peccato originale. Una conferma che sembrò un ringraziamento, per l'abbondanza di grazie che dal cuore dell'Immacolata piovvero sull'umanità.
E dalla devozione per l'Immacolata ottenne immediata diffusione, in Italia, il nome femminile di Concetta, in Spagna quello di Concepción: un nome che ripete l'attributo più alto di Maria, " sine labe originali concepta ", cioè concepita senza macchia di peccato, e, perciò, Immacolata.
Già i Padri della Chiesa d'Oriente, nell'esaltare la Madre di Dio, avevano avuto espressioni che la ponevano al di sopra del peccato originale. L'avevano chiamata: " Intemerata, incolpata, bellezza dell'innocenza, più pura degli Angioli, giglio purissimo, germe non- avvelenato, nube più splendida del sole, immacolata ".
In Occidente, però, la teoria dell'immacolatezza trovò una forte resistenza, non per avversione alla Madonna, che restava la più sublime delle creature, ma per mantenere salda la dottrina della Redenzione, operata soltanto in virtù del sacrificio di Gesù.
Se Maria fosse stata immacolata, se cioè fosse stata concepita da Dio al di fuori della legge dei peccato originale, comune a tutti i figli di Eva, ella non avrebbe avuto bisogno della Redenzione, e questa dunque non si poteva più dire universale. L'eccezione, in questo caso, non confermava la regola, ma la distruggeva. Il francescano Giovanni Duns, detto Scoto perché nativo della Scozia, e chiamato il " Dottor Sottile ", riuscì a superare questo scoglio dottrinale con una sottile ma convincente distinzione. Anche la Madonna era stata redenta da Gesù, ma con una Redenzione preventiva, prima e fuori del tempo. Ella fu preservata dal peccato originale in previsione dei meriti del suo figlio divino. Ciò conveniva, era possibile, e dunque fu fatto.
Giovanni Duns Scoto morì sui primi del '300. Dopo di lui, la dottrina dell'Immacolata fece grandi progressi, e la sua devozione si diffuse sempre di più. Dal 1476, la festa della Concezione di Maria venne introdotta nel Calendario romano.
Sulle piazze d'Italia, predicatori celebri tessevano le lodi della Vergine immacolata: tra questi, San Leonardo da Porto Maurizio e San Bernardino da Siena, che con la sua voce arguta e commossa diceva ai Senesi: " Or mi di’ : che diremo noi del cognoscimento di Maria essendo ripiena di Spirito Santo, essendo nata senza alcun peccato, e così sempre mantenendosi netta e pura, servendo sempre a Dio? ".
Nel 1830, la Vergine apparve a Santa Caterina Labouré, la quale diffuse poi una " medaglia miracolosa " con l'immagine dell'Immacolata, cioè della " concepita senza peccato ". Questa medaglia suscitò un'intensa devozione, e molti Vescovi chiesero a Roma la definizione di quel dogma che ormai era nel cuore di quasi tutti i cristiani.
Così, l'8 dicembre 1854, Pio IX proclamava la " donna vestita di sole " esente dal peccato originale, tutta pura, cioè Immacolata.
Fu un atto di grande fede e di estremo coraggio, che suscitò gioia tra i fedeli della Madonna, e indignazione tra i nemici del Cristianesimo, perché il dogma dell'Immacolata era una diretta smentita dei naturalisti e dei materialisti.
Ma quattro anni dopo, le apparizioni di Lourdes apparvero una prodigiosa conferma del dogma che aveva proclamato la Vergine " tutta bella ", " piena di grazia " e priva di ogni macchia del peccato originale. Una conferma che sembrò un ringraziamento, per l'abbondanza di grazie che dal cuore dell'Immacolata piovvero sull'umanità.
E dalla devozione per l'Immacolata ottenne immediata diffusione, in Italia, il nome femminile di Concetta, in Spagna quello di Concepción: un nome che ripete l'attributo più alto di Maria, " sine labe originali concepta ", cioè concepita senza macchia di peccato, e, perciò, Immacolata.
mercoledì 2 novembre 2011
Commemorazione dei defunti
La commemorazione dei fedeli defunti al 2 novembre ebbe origine nel 998 nel monastero benedettino di Cluny per iniziativa di S. Odilone (quinto abate di Cluny); il fatto che migliaia di monasteri benedettini dipendessero da Cluny favorì l'ampio diffondersi della commemorazione in molte parti dell'Europa settentrionale.
Nel 1311 anche a Roma venne istituita ufficialmente la memoria dei defunti mentre il privilegio delle tre Messe al 2 novembre, accordato alla sola Spagna nel 1748, fu esteso alla Chiesa universale, da Pp Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922), solo nel 1915.
Scopo della commemorazione di tutti i defunti in passato era quello di suffragare i morti; di qui le Messe, la novena, l'ottavario, le preghiere al cimitero. Questo scopo naturalmente rimane; ma oggi se ne avverte un altro altrettanto urgente: creare nel corso dell'anno un'occasione per pensare religiosamente, cioè con fede e speranza, alla propria morte. Spezzare la congiura del silenzio riguardo ad essa.
Quando nasce un uomo, diceva S. Agostino, si possono fare tutte le ipotesi: forse sarà bello, forse sarà brutto, forse sarà ricco, forse sarà povero, forse vivrà a lungo, forse no. Ma di nessuno si dice: forse morirà, forse non morirà. Questa è l'unica cosa assolutamente certa della vita.
Nella nostra vita noi pensiamo di non avere mai abbastanza: viviamo protesi verso un continuo domani, dal quale ci attendiamo sempre di più: più amore, più felicità, più benessere. Viviamo sospinti dalla speranza. Ma in fondo a tutto il nostro stordirci di vita e di speranza si annida, sempre in agguato, il pensiero della morte: un pensiero a cui è molto difficile abituarci, che si vorrebbe spesso scacciare. Eppure la morte è la compagna di tutta la nostra esistenza: addii e malattie, dolori e delusioni ne sono come i segni premonitori. La morte resta per l'uomo un mistero profondo per credenti e non credenti.
Essere cristiani cambia qualcosa nel modo di considerare la morte e di affrontarla? Qual'è l'atteggiamento del cristiano di fronte alla domanda, che la morte pone continuamente, sul senso ultimo dell'esistenza umana?
La risposta si trova nella profondità della nostra fede. S. Paolo scriveva : « Non vogliamo poi lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. » (1Ts 4,13-14)
La morte del cristiano si colloca nel solco della morte di Cristo: è un calice amaro da bere fino in fondo perché frutto del peccato. Ma la morte è anche volontà amorosa del Padre che ci aspetta, al di là della soglia, a braccia aperte: una morte che è essenzialmente non-morte ma vita, gloria, risurrezione.
Come tutto questo avvenga di preciso non si sa. Umanamente non si può misurare l'immensità delle promesse e del dono di Dio. Il Prefazio dei defunti rivela un accento di umana soavità e di divina certezza: « È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: per Cristo nostro Signore. Nel quale rifulse a noi la speranza della beata resurrezione: così che coloro che sono contristati dalla certezza della morte, siano consolati dalla promessa della futura immortalità. Poiché, o Signore, la vita dei tuoi fedeli non si distrugge, ma si cambia, e dissolta la casa di questa dimora terrestre, si acquista eterna abitazione in cielo.... ».
Dal Vangelo del giorno
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